Brodo primordiale: cosa è e come ricrearlo in laboratorio

Semi-creazione”. Titolava così il Time sessant’anni fa. E non esagerava troppo: la rivista descriveva i dettagli dell’ esperimento di Stanley Miller, il biochimico statunitense che, a soli ventitrè anni, era riuscito a ricreare in laboratorio, in condizioni controllate, l’ atmosfera primitiva della Terra e il brodo primordiale da cui si pensava avesse avuto origine la vita sul nostro pianeta. Il lavoro di Miller fu pubblicato il 15 maggio 1953 su Science e, pur essendo piuttosto stringato – poco più di 800 parole e due grafici – colpì profondamente la comunità scientifica, dando il via a un dibattito che sarebbe continuato per più di mezzo secolo e aprendo la strada alla comprensione dei processi complessi per cui la materia inerte si trasforma in molecole “viventi” senza dover fare ricorso all’ intervento divino.

L’esperimento era piuttosto semplice. Assistito da Harold Urey, suo professore alla University of Chicago, Miller costruì un apparato sperimentale in cui erano combinati gli elementi che ipotizzava facessero parte del brodo primordiale: acqua, mantenuta in costante circolazione, ammoniaca,metano idrogeno. Il tutto agitato da costanti scosse elettriche per simulare i fulmini, probabilmente molto più frequenti di adesso. E i risultati non si fecero attendere: “Durante l’esperimento, l’acqua si è colorata di rosa pallido il primo giorno. Alla fine della settimana è diventata rossa etorbida, raccontava lo scienziato. Dopo sette giorni, Miller aprì il barattolo per analizzare il composto: vi trovò circa la metà degli amminoacidi necessari per costruire le proteine nelle cellule viventi.

Fu una scoperta sorprendente. Sebbene alcune molecole organiche, catene di atomi contenenti legami idrogeno-carbonio, fossero già state generate durante altri esperimenti, la prova di Miller diede nuova linfa all’idea che la vita sulla Terra fosse nata nel brodo primordiale. I colleghi dello scienziato compresero subito l’importanza dell’esperimento. Così come i media“Il professor Urey e lo studente Miller non pensano di aver creato la vita”, raccontava il Time. “Quello che hanno fatto è dimostrare che icomposti organici complessi che si trovano nella materia vivente si possono formare, tramite reazioni chimiche, a partire dai gas che erano probabilmente comuni nell’atmosfera terrestre primordiale. Se il loro apparato sperimentale avesse continuato a simulare quelle condizioni per anni, anziché per una sola settimana, avrebbe potuto creare qualcosa come la prima molecola vivente.

In realtà, la produzione di questa molecola autoreplicante complessa – o molecola di Adamo, come fu soprannominata all’epoca – si rivelò negli anni un’impresa incredibilmente complicata, anche se oggi molti laboratori pensano di essere molto vicini a realizzarla. Secondo i ricercatori moderni, sebbene la teoria dietro l’esperimento di Urey-Miller sia ormai abbastanza superata, il valore scientifico della loro opera resta altissimo: “È stato quest’esperimento, ormai profondamente radicato nella tradizione della chimica organica sintetica del diciannovesimo secolo”, hanno scritto due biochimici su Science in un articolo di commento pubblicato in occasione del cinquantesimo anniversario della scoperta. “Che ha trasformato da un giorno all’altro la ricerca sull’origine della vita un campo di ricerca rispettabile”.

Fonte: wired

Fonte: stockbyte

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