Renzi promette di conciliare innovazione e cultura. E l’economia digitale?

La storia della politica italiana insegna che è difficile se non impossibile attendersi promesse precise su innovazione e digitaleda un discorso per ottenere la fiducia al Parlamento. Quello di Matteo Renzi al Senato non ha fatto eccezione. Parlando di startup, ha chiesto genericamente meno burocrazia per rendere più semplice investirvi, sull’esempio di Stati Uniti e Israele; nel rapporto tra cittadini e amministrazione pubblica, ha proposto di “riuscire a inviare a tutti i dipendenti pubblici e ai pensionati direttamente a casa, magari attraverso uno strumento di tecnologia semplice, la dichiarazione dei redditi precompilata“.

Quanto alla trasparenzaRenzi ha ripetuto il suo usuale cavallo di battaglia di mettere online “ogni centesimo” speso dalla Pa. Confondendolo, per l’ennesima volta, con l’introduzione – peraltro certamente auspicabile – di un Freedom of Information Actitaliano. Una forma di trasparenza reattiva (cioè su precisa richiesta del cittadino) ben diversa da quella attiva (fornita spontaneamente dalla Pa) che si auspica il segretario Pd. Visto che la confusione è vecchia di almeno due anni, sarebbe il caso di mettervi fine.

Nelle parole del neo-presidente del Consiglio si legge poi la sacrosanta volontà di meglio conciliare innovazione e cultura, facendo comprendere che non sono mondi separati: “l’Italia può unire i distretti tecnologici e il patrimonio culturale“. Ma per le nuove misure sull’economia digitale, di cui Wired ha raccontato i fattori critici, ci si deve al momento accontentare della promessa di sorprese twittata di buon mattino domenica in risposta a una domanda sul governo 2.0 di Roberto Sambuco.

Meglio sarebbe stato di certo evitare l’ennesimo effetto annuncio, e scendere in maggiori dettagli in Aula.

Ancora, Renzi mostra – come ha sempre mostrato – una fiducia incrollabile nelle possibilità di Internet. Così non stupisce citi papa Francesco: “Internet è un dono di Dio” e, aggiunge, “possiamo smettere” di considerare la Rete “un ostacolo o un problema“. Significa che non intende sposare il contestatissimo progetto di legge sull’hate speech in Rete della collega di partito, Alessandra Moretti? Nonostante ripetute sollecitazioni in materia, finora da Renzi non è giunta alcuna parola al riguardo. Attendiamo fiduciosi.

Ma c’è un dubbio più radicale, che riguarda l’impostazione di fondo del neo-presidente rispetto al Web. Che, nonostante la citazione, sembra diversa rispetto a quella del papa. Bergoglio, nel suo messaggio alla 48esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni, pareva infatti considerare un dono divino, più della Rete in sé, le “maggiori possibilità” che Internet fornisce “di incontro e di solidarietà tra tutti“. Non a caso precisava immediatamente dopo: “esistono però anche aspetti problematici“, tra cui una “velocità dell’informazione” che “supera la nostra capacità di riflessione e giudizio e non permette un’espressione di sé misurata e corretta“, e il rischio di finire in una delle studiatissime e controverse echo chamber. Renzi sembra abbracciare invece una retorica più ottimista del digitale, che tuttavia rischia di sconfinare in una visione affine al determinismo tecnologico: l’idea che la tecnologia produca risultati necessariamente buoni, a prescindere dal contesto di applicazione. Del resto, che altro può fare un “dono di Dio“? Di certo non può arrecare danni.

E invece Internet porta con sé ostacoli e problemi. Non solo, certo: ma anche. E indugiare su uno dei due opposti estremismi, l’utopismo e la visione apocalittica che sia la causa di ogni nostro male contemporaneo, non ci fa comprendere quali reali dinamicheeconomiche, sociali e individuali si producano a partire dall’utilizzo dei tanti strumenti che ci fornisce sotto lo stesso, insignificante cappello fornito dal termine “Internet“. Che comprende, per esempio, non solo i temi dell’agenda digitale – su cui Renzi non ha speso nemmeno una parola – ma anche quelli sollevati dal Datagate. Forse gli unici su cui il nuovo presidente del Consiglio non ha incalzato Enrico Letta, nonostante siano anche tra quelli in cui si è mostrata più chiaramente la sua timidezza e incapacità di intervento.

Ecco, anche sul futuro della nostra privacy – e sul reale ruolo dell’Italia nella sorveglianza globale Nsa, aspetto mai chiarito nonostante le reiterate rassicurazioni – sarebbe bene cambiare verso. O almeno, indicare chiaramente la strada che l’Italia intende seguire, e soprattutto sottolineare altrettanto chiaramente quali percorsi e misure invece non si possono e non si devono tollerare. Difficile, altrimenti, guardare con fiducia al futuro, che sia renziano o meno.

Fonte: wired.it

Trasmissione televisiva Le Invasioni Barbariche

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