Scienza: le scimmie sanno leggere

Di certo non vedremo mai una scimmia sfogliare appassionata un romanzo di Dostoevskij, ma questo non ci impedisce di ipotizzare che saprebbe riconoscerne le parole. Il sospetto che qualche primate oltre all’essere umano potesse avere una certa attitudine alla lettura è stato in effetti confermato su Science da uno studio della Aix-Marseille Université coordinato da Jonathan Grainger, in cui 6 babbuini della Guinea Papio papio sono stati sottoposti a una prova di identificazione di vocaboli scritti. Superata con esito sorprendente. La precisazione è d’obbligo: queste scimmie non hanno imparato a leggere. Però sono riuscite a distinguere parole scritte che in inglese hanno un significato da altre senza senso, sebbene non siano in grado di collegare tali vocaboli a un suono o a un contenuto. Ecco come si è svolto l’esperimento.

I babbuini erano lasciati liberi di andare, quando ne avevano voglia, davanti allo schermo di uno dei 10 computer messi a disposizione dai ricercatori, per fare quello che probabilmente considerano un gioco. Sul display comparivano sequenze di quattro lettere che potevano formare parole di senso compiuto o meno. Le scimmie avevano davanti due bottoni e dovevano premere l’uno o l’altro a seconda dei due casi, ricevendo una ricompensa in cibo ogni volta che l’associazione risultava corretta. Dopo un mese e mezzo di allenamento e oltre 60 mila prove, i babbuini avevano imparato a riconoscere decine di parole, con un record di 308 per uno dei sei, Dan. Questo, come fa notare New Scientist, è un impressionante prova di memoria, sebbene non sia un caso unico: molti animali, come i piccioni, imparano a catalogare oggetti in due categorie.

I babbuini, però, hanno dimostrato di saper fare di meglio. Finito il periodo di allenamento, riuscivano a distinguere facilmente anche le parole che non avevano mai visto prima, come se avessero imparato anche certe regole che sottostanno all’ordine delle lettere nella grammatica inglese, riuscendo così a riconoscere le sequenze improbabili da quelle verosimili. La lettura, in pratica, non sembra essere una prerogativa di chi sa usare un linguaggio articolato e il riconoscimento delle parole scritte appare più vicino all’identificazione di oggetti che alle abilità linguistiche, come sottolinea anche Bbc.

L’esperimento, in effetti, ha permesso di far luce su alcuni aspetti dell’ evoluzione dei processi cognitivi legati alla scrittura. Il complesso edificio cognitivo umano è fondato su neuroni specializzati che si sono probabilmente evoluti allo scopo di risolvere problemi in ambito sociale, tra cui il riconoscimento facciale dei compagni di gruppo. Solo in un secondo momento questi neuroni sono stati messi a servizio della comunicazione scritta, racconta il neurobiologo Michael Platt della Duke University in un articolo di accompagnamento allo studio, apparso sempre su Science.

Lettura e scrittura, infatti, emersero in tempi relativamente recenti e si diffusero con estrema rapidità, motivo per cui l’assetto neuronale su cui si è costruita questa abilità doveva essere già ben collaudato, secondo il ricercatore.

Altri indizi che l’area cerebrale attivata nel riconoscimento delle parole visual word form area, VWFA non si sia evoluta specificamente per supportare la lettura, ma preesistesse negli antenati dell’essere umano moderno, ci sono forniti dai popoli indigeni alfabetizzati nel corso degli ultimi due secoli, come i Cherokee del Nord America, dove la rapidità di acquisizione di un sistema di linguaggio scritto esclude la formazione di una nuova struttura cerebrale ad hoc.

Fonte : I babbuini riconoscono le parole – Wired.it.

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