Il binomio tecnologia – beni culturali sempre più forte. Intervista al professor Oleg Missikoff

Articolo di Eleonora Vatielli su formez.it Anche in Italia le tecnologie stanno apportando un grande valore aggiunto al settore artistico e culturale. Le pubbliche amministrazioni hanno giudicato positivamente le iniziative presentate per la valorizzazione del patrimonio culturale  e paesaggistico italiano, nel quale vige una certa tendenza a sperimentare nuove forme di fruizione con l’apporto di innovativi strumenti tecnologici. Questi nuovi strumenti, infatti, offrono la possibilità sia di gestire in modo efficace ed efficiente l’offerta di questo settore sia di fornire ai visitatori nuove modalità di apprendimento.

Già da qualche anno una nicchia di esperti ricercatori ha investito il proprio know-how per sperimentare alcune iniziative pilota per valorizzare tale settore. Per meglio capire quando e come questo fenomeno si sia sviluppato in Italia, ci avvarremo dell’esperienza del professor Oleg Missikoff, archeologo e ricercatore del CERSI (Centro di Ricerca sui Sistemi Informativi della Luiss Guido Carli).

Innanzitutto come si presentava il panorama nazionale quando questa tendenza ha cominciato a prender piede?

“Il settore dei Beni Culturali in Italia, come nel resto dell’Unione Europea, sta attraversando una fase particolarmente dinamica, dovuta ad una serie di elementi.
Prima di tutto il contesto socio-economico in cui le istituzioni della cultura furono create sta attraversando dei cambiamenti sostanziali e lo stimolo ad intraprendere un percorso verso l’innovazione è in rapida crescita.
Un aspetto da prendere in considerazione, e probabilmente il più arduo da affrontare, è rappresentato da una profonda revisione della mission delle istituzioni culturali. Tradizionalmente, il compito di tali istituzioni è stato di “blindare”, decontestualizzare, sottrarre alla circolazione il bene culturale per proteggerlo da ogni possibile pericolo di danneggiamento, furto, distruzione o altro. Al tempo in cui l’interesse per le antichità emerge, la cultura (come del resto lo sport, il turismo, e la quasi totalità delle attività di svago) è infatti appannaggio di una élite molto circoscritta. I cambiamenti socio-economici che hanno luogo a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, creano invece i presupposti per la richiesta di una fruizione di massa del patrimonio culturale. Di fronte a cambiamenti di questa portata, i tradizionali modelli di gestione del patrimonio culturale si mostrano presto inadatti a fronteggiare adeguatamente le istanze poste dal nuovo scenario.
Inoltre è necessario tenere conto degli elementi alla base del momento di forte dinamismo del settore dei Beni Culturali a cui si è precedentemente accennato. Questi elementi possono essere ricondotti a due fattori chiave: (a) la necessità di reperire risorse finanziarie da fonti alternative rispetto a sussidi pubblici sempre più incerti e (b) una crescente richiesta di servizi a valore aggiunto di alta qualità da parte di un turismo culturale sempre più esigente.”

Su quali elementi dovrebbe operare una amministrazione pubblica per raggiungere risultati positivi nel campo dell’offerta culturale?

“Il passo fondamentale consiste nell’evidenziare il prodotto principale su cui lavorare per costruire una catena del valore adatta alle caratteristiche delle istituzioni della cultura. Quando un visitatore acquista un biglietto per ottenere l’accesso ad un museo, una mostra o un’area archeologica, cosa ottiene in cambio del denaro versato? Conoscenza ed emozioni: questi possono essere considerati come prodotti principali di un’istituzione culturale. Entrambi questi prodotti sono però di una natura molto particolare: sono intangibili, e per questo una valutazione della loro qualità è fortemente dipendente dalla percezione della soddisfazione da parte degli utenti finali, quali che siano la loro età, il background culturale, le loro conoscenze o interessi precipui.
Le più recenti indagini sui consumi ci indicano che parlare di “consumo di massa” è ormai una visione datata. La “massa” si è infatti trasformata in un “insieme di individui”, istruiti, informati, connessi. Questa ultima fase pone problemi e opportunità uniche per la creazione del valore nel settore dei Beni Culturali.
L’evoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) hanno reso disponibili strumenti, sia software che hardware, in grado di permettere un elevato livello di personalizzazione a costi sostenibili. Oltre a ciò, avanzate applicazioni di computer grafica (specialmente tecniche di ricostruzione in 3D e Realtà Virtuale) sono ora eseguibili con dispositivi a costi ugualmente sostenibili: la tecnologia dunque non rappresenta più un limite.
E’, viceversa, necessario operare sul settore in senso più ampio per raggiungere un’integrazione di modelli organizzativi e soluzioni tecnologiche adatta a fornire alle istituzioni culturali un supporto per pianificare una roadmap evolutiva e un modello di gestione sufficientemente avanzati da permettere di affrontare le nuove sfide.
Una possibile soluzione consiste nella creazione di Centri di Eccellenza in grado di erogare servizi, formazione e consulenza sia a livello gestionale che di ricerca, per tutti gli stakeholder che compongono lo scenario. Questi centri, definiti Virtual Heritage Centres (VHC), ricoprirebbero una posizione baricentrica in una rete di contatti non solo interni al settore, ma anche nei confronti di tutti i potenziali beneficiari delle considerevolissime esternalità positive che un’attenta gestione del patrimonio culturale è in grado di generare.”

Le tecnologie, quindi, non più come strumenti complessi e troppo onerosi, ma come efficaci mezzi di gestione e personalizzazione dell’offerta culturale. Come si è posta l’Europa nei confronti di questa tendenza? Qual’è stato il ruolo dell’Italia e quali sono le difficoltà da affrontare?

“La diffusione di Internet e delle ICT ha reso disponibile una enorme quantità di dati e informazioni in forma elettronica. Tale mole di informazioni è stata ulteriormente incrementata dai risultati delle attività di digitalizzazione del patrimonio culturale promosse e supportate, soprattutto, dalla Commissione Europea.
Quest’ultima, infatti, già nel dicembre del 1999, lanciò un’iniziativa dal titolo “eEurope: An Information Society for All”, con l’ambizioso obiettivo di rendere disponibili i benefici della “Società dell’Informazione” a tutti i cittadini europei.
Un primo risultato riguardante il dominio dei Beni Culturali, è rappresentato dal meeting di Lund, tenutosi il 4 aprile 2001 durante il semestre di presidenza Svedese con l’obiettivo di riunire rappresentanti ed esperti del settore provenienti da tutti i paesi dell’Unione
Dal meeting di Lund sono scaturiti progetti e attività di vario genere, tra cui è importante segnalare il progettoMinerva, una network of excellence (NoE) di Ministeri della Cultura europei coordinata dal nostro Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Oltre ad essere un’eccellente opportunità per dare credibilità al nostro paese, questa NoE si pone l’obiettivo di discutere, correlare e armonizzare le attività di digitalizzazione di contenuti culturali e scientifici per creare una piattaforma europea comune e condivisa, raccomandazioni e linee guida per la digitalizzazione, metadati, accessibilità a lungo termine e conservazione.
In ogni caso è ragionevole ritenere che un’ingente mole di risorse culturali digitali sarà presto disponibile sulla rete.
Rendere raggiungibili, ed usabili, queste risorse rappresenta una sfida che va affrontata prontamente ed in modo competente.”

Articolo di Eleonora Vatielli su formez.it

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