Desertificazione: ecco le tecnologie per combatterla

In occasione della giornata mondiale contro la desertificazione, problema che inizia ad assumere sempre più rilevanza nelle nostre regioni ed in particolare in Sardegna, Puglia, Sicilia, Basilicata e Calabria, riportiamo alcune tecnologie per combatterla: vedremo nel dettaglio la tecnica dei micro bacini (e metodo Vallerani), il water harvesting, la TSMWH.

  1. La tecnica dei micro-bacini

    La desertificazione è un processo di mineralizzazione ambientale che interessa in particolare le regioni aride e semi-aride del pianeta, a prevalente vocazione pastorale. Essa è causata soprattutto dalla cattiva gestione delle risorse naturali, come l’iper-pascolamento e la distruzione della copertura vegetale da parte dell’Uomo e dei suoi animali. Le pioggie (scarse, ma non di rado intense) e il calpestio del bestiame hanno per effetto di compattare i suoli e di renderli poco permeabili, il ché finisce per provocare lo scorrimento delle acque superficiali, il dilavamento e l’erosione.
    La tecnica dei micro-bacini, qui descritta, mira a trattenere le acque di scorrimento, a favorirne l’infiltrazione, a ridurre l’erosione idrica dei suoli e a migliorarne la fertilità. Essa ha un’origine molto antica : con ogni probabilità è stata adottata per la prima volta nelle regioni sub-desertiche del Medio Oriente ed è nata dall’osservazione che un micro-bacino naturale (anche solo una pozzanghera) non solo raccoglie e concentra le acque di pioggia, ma crea un micro-ambiente favorevole allo sviluppo della vegetazione naturale.

    Il micro-bacino cattura infatti per gravità sia le acque di scorrimento che la terra fine e i detriti vegetali ed organici presenti sulla superficie del terreno e intorno ad esso. Una parte non piccola dell’acqua così raccolta si infiltra poi sul fondo del micro-bacino, creando – per effetto della struttura del suolo, della sua ritenzione idrica e della capillarità – una riserva d’acqua a disposizione delle piante da due a tre volte superiore alla pioggia caduta e sottratta in gran parte all’evaporazione.
    Non di rado questa riserva idrica consente alle piante non solo di crescere, ma di superare indenni la lunga stagione secca che caratterizza queste regioni e che si prolunga anche per 8/9 mesi all’anno.
    E’ noto che l’irrigazione può creare nelle regioni tropicali aride, a causa dell’imperizia umana, danni non meno gravi della siccità, come la salinizzazione e la sterilizzazione dei terreni. La corretta gestione delle risorse idriche è quindi indispensabile in queste regioni, dove l’evaporazione delle acque superficiali è particolarmente elevata.
    A maggior ragione, tale regola si impone nei programmi di lotta alla desertificazione e per uno sviluppo sostenibile, il cui obiettivo è non solo di fornire il fabbisogno idrico alle piante coltivate, ma anche e soprattutto di frenare ed invertire i processi del degrado ambientale, mediante il ripristino di una sufficiente copertura vegetale ed i riequilibrio degli ecosistemi, compromessi dal cattivo uso delle risorse primarie (acqua, suolo, risorse animali e vegetali).
    Occorre inoltre ricordare che il riciclo dell’acqua dolce – disponibile in quantità minima rispetto al totale delle acque presenti sul pianeta (in diverse forme) – è affidato esclusivamente ad eventi climatici e meteorologici, che la fanno ricadere sulla superficie terrestre in forma di pioggia o di rugiada (ed anche di neve o grandine nelle regioni fredde).
    La raccolta e concentrazione delle acque meteoriche si può effettuare in vari modi, che vanno dal grande bacino artificiale, soggetto a forte evaporazione (soprattutto nelle regioni aride), fino al micro-bacino.
    E’ evidente che nelle regioni aride e ai fini della lotta alla desertificazione (LCD) il miglior sistema di gestione delle acque è quello dei micro-bacini, il quale consente di ottimizzare la raccolta delle acque superficiali e di renderle disponibili – per la (ri)crescita delle piante e della copertura vegetale in genere – su superfici le più vaste possibili, minimizzando al contempo le perdite per evaporazione.
    Questa tecnologia permette inoltre una corretta educazione ambientale dei più diretti interessati (agricoltori e pastori, primi fruitori delle risorse naturali) e la ricostituzione delle risorse primarie anche su grandi aree, consentendo così di invertire i processi del degrado e di opporsi con successo anche ai cambiamenti climatici in corso.
    Per essere efficace, la lotta contro la desertificazione (LCD) va condotta a partire dalle aree meno sfavorite, ove il processo di desertificazione è ancora in corso. La stessa LCD è molto più facile nei deserti caldi che in quelli freddi del pianeta, dove la durata e il vigore del periodo vegetativo sono necessariamente più ridotti.

    A partire dal 1988, la tecnica dei micro-bacini, fino allora praticata solo manualmente, è stata meccanizzata con successo – su terreni con pendenze non superiori al 15% circa – dal Dott. Venanzio Vallerani, che ha ideato e realizzato due aratri speciali, il “Delfino” e il “Treno”, trainati da trattori di grande potenza (da 150/180 CV). Questi due aratri, pur avendo caratteristiche distinte, che li rendono adatti all’impiego in diverse condizioni di giacitura e di terreno, hanno prestazioni analoghe.
    La tecnologia in questione, completamente meccanizzata, è in grado di compiere un lavoro che – fatto a mano – richiederebbe (per lo stesso movimento terra) l’impiego di circa 1500 uomini. In questi ultimi anni la tecnologia Vallerani si è diffusa con successo in molti progetti e programmi di sviluppo della fascia saheliana ed in altre aree sub-desertiche (in particolare in Cina – Mongolia interna) (*).

    (*) In molte di queste regioni la pluviometria sarebbe sufficiente ad assicurare la ricrescita di una copertura vegetale, ma la siccità dipende soprattutto dalla perdita per ruscellamento della maggior parte delle acque meteoriche, non più trattenute dal suolo, privo di vegetazione e di sistemazione idraulica superficiale, e quindi soggetto ad ogni forma di erosione.

    2. La tecnologia semi-meccanizzata (o meccanica/manuale) di “water harvesting” (TSMWH), una variante semplificata del “Sistema Vallerani”

    L’esperienza del programma “Operazione Acacia”/POA (*) ha permesso agli esperti dell’Agrfor (Agronomi e forestali senza frontiere) di verificare e correggere alcuni punti deboli della tecnologia Vallerani. Essendo completamente meccanizzata, questa tecnologia non consente un adeguato coinvolgimento delle comunità rurali interessate nelle operazioni di recupero ambientale e produttivo, che sono lo scopo principale del suo impiego.
    Questa caratteristica ne limita fortemente l’efficacia sul piano socio-economico e culturale, soprattutto nei paesi africani, poiché da un lato esclude le comunità interessate dalle operazioni di restauro ambientale (scavo dei micro-bacini), dall’altro ne scoraggia la manutenzione che – una volta terminato l’intervento di bonifica – dovrebbe essere effettuata a mano ogni anno, prima della successiva campagna agricola.
    Inoltre, questa tecnologia (Vallerani) viene per lo più impiegata su terre abbandonate e marginali e non sulle terre coltivate, dove i risultati sarebbero non solo più interessanti, ma consentirebbero alle stesse comunità – oltre ad un notevole aumento di produttività – una più rapida appropriazione culturale della tecnologia di “water harvesting”.

    Gli esperti dell’Agrfor preconizzano quindi l’impiego di un aratro voltorecchio semplice (ma pesante o da scasso), che consente di effettuare un solco continuo e profondo in ambedue le direzioni di marcia del trattore. Le comunità di villaggio devono poi intervenire e perfezionare con zappe e badili i solchi, creando negli stessi – ogni 5-10 metri – dei setti divisori di terra compattata (da 50 cm a 1 m), in modo da adeguare la lunghezza dei bacini alla piovosità della zona. I setti divisori servono a trattenere l’acqua nel solco (fra un setto divisorio e l’altro, ovvero nel micro-bacino) e a non farla defluire nel caso esistesse una pendenza nel terreno. Ciò consente alle comunità di villaggio non solo di intervenire direttamente nei lavori di riqualificazione ambientale, ma di familiarizzarsi con la tecnica dei micro-bacini e di mantenere poi indefinitamente le opere di bonifica con strumenti semplici e manuali. Le condizioni necessarie per l’impiego della tecnologia sono :

    – poter contare sulla partecipazione cosciente e responsabile delle comunità rurali interessate (informazione, formazione e partecipazione);
    – intervenire su suoli profondi almeno 50-60 cm, non troppo sabbiosi e permeabili, con una pluviometria media compresa fra 150 e 450 mm/anno;
    – ottenere risultati positivi fin dal primo anno di applicazione della tecnologia.

    Queste condizioni sono facilmente realizzabili con un approccio partecipativo adeguato. Grazie al loro coinvolgimento diretto, le comunità sono così responsabilizzate e formate alla manutenzione dei micro-bacini (cosa fondamentale sul piano tecnico e socio- economico (**), poiché consente di perpetuare nel tempo i benefici dell’intervento), nonché stimolate a rimanere sul posto e a non cedere alle lusinghe di miraggi migratori, spesso illusori, che coinvolgono specialmente i giovani, i quali, emigrando, rischiano di provocare carestie alimentari con grave danno per la popolazione dei villaggi, rimasti solo con anziani, donne e bambini.

    (*) Il POA è un programma Italia/FAO di sviluppo agricolo e rurale che si è svolto in 6 paesi africani (Senegal, Burkina Faso, Niger, Ciad, Sudan, Kenia) dal 2004 al 2009.
    (**) Come dimostrato dalla maggior parte dei progetti del passato, vanificati dalla mancanza di partecipazione da parte delle popolazioni interessate.

    3. La TSMWH e le sue applicazioni

    Nel contesto in cui è chiamata ad operare, la TSMWH è non solo particolarmente valida dal punto di vista agro-ecologico ed ai fini di uno sviluppo sostenibile, ma deve anche essere considerata come una tecnologia polivalente e “locomotiva”, capace di trascinare molti “vagoni”, o di avere molte e diverse applicazioni. Cerchiamo ora di approfondire e valutare meglio alcune di queste applicazioni, fra le più interessanti e significative.
    Ricordiamo anzitutto che la TSMWH consente non solo un forte aumento di produttività (intensificazione colturale), ma anche – in assenza di altri inputs e a parità di manodopera – un notevole incremento di fertilità dei suoli trattati, di capacità lavorativa e del reddito famigliare:

    – per quanto concerne l’aumento di produttività, esso può essere mediamente valutato in un raddoppio delle produzioni per unità di superficie;
    – per quanto concerne l’aumento di capacita lavorativa (e quindi delle superfici potenzialmente coltivabili), esso può essere valutato in un altro raddoppio;
    – per quanto concerne l’incremento del reddito, sia famigliare che nazionale, esso può essere valutato in un aumento di almeno 3 volte rispetto al reddito attuale.

    Queste valutazioni, essenzialmente di natura tecnico-economica e comunque prudenziali, sono conseguibili nel quadro di un processo di riqualificazione ambientale e produttiva che – a medio-lungo termine – influisce favorevolmente anche sulle condizioni climatiche. Esse si riferiscono naturalmente all’uso corretto della tecnologia, la cui applicazione è estremamente semplice e che comporta una grande trasformazione socio-economica ed un notevole salto qualitativo nelle condizioni di vita del mondo agricolo e rurale.
    Ciò comporta a sua volta il superamento di importanti vincoli socio-culturali (tradizionali) – sopravvissuti fino ad oggi per mancanza di alternative tecniche – come il regime fondiario tradizionale ed i rapporti conflittuali fra agricoltori e pastori.
    Fra le applicazioni della tecnologia, il cui carattere multifunzionale è particolarmente vario e promettente, ricordiamo in particolare i seguenti settori :

    – il settore agro-alimentare ed ambientale, con il miglioramento dei sistemi di produzione agricola, agro-forestale, zootecnico e pastorale
    – il settore agro-energetico, compresa la riforestazione
    – il settore agro-industriale

    3.1. Il settore agro-alimentare ed ambientale
    Dato il notevole aumento di produttività e di reddito resi possibili dalla corretta applicazione della TSMWH, sarà possibile – per la prima volta – ridurre le sinergie negative e sviluppare quelle positive nei rapporti di coesistenza fra attività agricole e pastorali. Oltre ad assicurare il recupero e la conservazione della bio-diversità agricola e zootecnica, ovvero delle varietà vegetali e delle razze animali minacciate dai processi del degrado ambientale e della desertificazione, l’impiego della tecnologia consentirà anche, con l’aumento delle superfici coltivate, una notevole diversificazione colturale ed un aumento della bio-diversità naturale, sia vegetale che animale.

    3.2. Il settore agro-energetico
    Un grande sviluppo potrà avere anche il settore agro-energetico, specie nel campo della riforestazione e della messa a coltura di piante interessanti ai fini della produzione di bio-carburanti (es: Iatropha). Infine, nel campo della riforestazione, l’adozione della semina diretta consente non solo risultati tecnici decisamente superiori sul piano tecnico, ma anche un drastico abbattimento dei costi nei confronti delle tecnologie convenzionali, da 5 a 10 volte inferiore rispetto ai costi attuali.

    3.3. Il settore agro-industriale
    Oltre alla produzione di olii vegetali, un grande spazio si apre alla coltivazione di altri prodotti agro-industriali, quali la gomma arabica, il cotone, il tabacco, l’arachide, ed altri.

    Informazioni tratte dal sito http://mail.beatrome.com/ al quale si rimanda per informazioni più precise.

 

1 comment for “Desertificazione: ecco le tecnologie per combatterla

  1. Archimede
    2011-06-19 at 18:19

    dal sito: http://titano.sede.enea.it/Stampa/skin2col.php?page=comunicatodetail&id=192

    TECNOLOGIE INNOVATIVE PER LA LOTTA ALLA DESERTIFICAZIONE
    Il Progetto RIADE per una gestione sostenibile degli ecosistemi
    Oggi, nel corso del workshop ENEA “Desertificazione e gestione sostenibile degli ecosistemi” sono stati presentati i risultati del progetto ENEA RIADE 1, a conclusione dei lavori durati 4 anni, che hanno preso in considerazione le regioni maggiormente interessate dal fenomeno della desertificazione: Basilicata, Puglia, Sicilia e Sardegna.
    Il processo di desertificazione è stato studiato nelle tre principali componenti: sistema suolo, risorse idriche ed ecosistemi vegetali. Ciò ha richiesto l’integrazione di tecnologie, come il telerilevamento, la spettrometria laser, le analisi isotopiche, con discipline quali la meteorologia, la pedologia, la geologia, l’idrologia, la biologia, l’archeologia, la sociologia.
    La desertificazione è un processo di degrado dell’ambiente determinato dall’interazione negativa tra l’impatto delle attività umane e gli eventi climatici. Recentemente assistiamo a periodi di siccità alternati a forti precipitazioni che accelerano il processo, laddove il territorio è strutturalmente più vulnerabile. La desertificazione causa una graduale perdita di produttività delle terre e compromette la capacità di un territorio, nella totalità dei suoi fattori, di fornire servizi a beneficio della collettività. Negli ultimi decenni, la desertificazione sta interessando sia l’Europa che l’Italia. In Europa sono presenti circa il 6% delle regioni aride del pianeta: 1/3 di queste terre è già colpito da desertificazione a causa delle attività antropiche. In Italia il 30% del territorio, concentrato prevalentemente nelle regioni meridionali, è a rischio desertificazione.
    Il Prof. Luigi Paganetto, Commissario Straordinario dell’ENEA, ha detto: “La lotta alla desertificazione è uno strumento per la gestione sostenibile degli ecosistemi e del territorio. La ricerca realizzata, le tecnologie e i processi innovativi messi a punto con le imprese rappresentano un presupposto di sviluppo e competitività per il sistema Paese. L’obiettivo futuro sarà quello di portare il progetto sul mercato attraverso il trasferimento tecnologico”.
    RIADE è un progetto innovativo per le tecnologie utilizzate e sviluppate, e per l’approccio multidisciplinare delle conoscenze che integra diverse competenze: mondo accademico, ricerca applicata, imprese private e pubbliche amministrazioni.
    Nell’ambito del progetto RIADE, sono stati sviluppati modelli e strumenti operativi che potranno supportare le Amministrazioni Pubbliche nella pianificazione e gestione del risorse del territorio, con l’obiettivo di mitigare i processi di desertificazione ed applicare strategie di sviluppo sostenibile capaci di considerare la molteplicità di fattori che caratterizzano gli ecosistemi.
    CASPER2, che è uno spettrometro laser, è una delle tecnologie innovative sviluppate per ottenere indagini istantanee sulla qualità delle acque, e in particolare, sulla presenza di sostanze naturali o inquinanti di origine antropica o industriale presenti anche su vaste aree acquifere e consente di effettuare un’analisi del campione senza bisogno di alcun trattamento. Sono stati messi a punto anche modelli matematici come l’Environment Model Building, che consentono, in uno specifico territorio, di definire lo stato attuale dei processi di desertificazione e di fornire specifiche informazioni sull’andamento futuro del fenomeno, determinandone il trend.
    Le tecnologie sviluppate dal progetto RIADE, per essere efficaci ed avere un impatto positivo sul territorio e sulle sue risorse naturali, hanno necessariamente bisogno di passare dalla fase di prototipo alla fase di commercializzazione. E’ fondamentale quindi garantirne il trasferimento tecnologico con il sostegno e l’investimento degli istituti di credito e delle imprese. Il Progetto RIADE ha avuto come ricadute iniziative di spin-off e applicazioni per la programmazione eco-sostenibile in supporto alle Amministrazioni Pubbliche.

    Approfondimenti

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    1 RIADE – Ricerca Integrata per l’Applicazione di tecnologie e processi innovativi per la lotta alla Desertificazione, cofinanziato dal Ministero per l’Università e la Ricerca Scientifica (MIUR) nell’ambito del Programma Operativo nazionale di “Ricerca, Sviluppo Tecnologico ed Alta Formazione” (2000-2006), per un valore di circa 9 milioni di euro. I partner sono la società ACS (Advanced Computer System) e il Nucleo di Ricerca sulla Desertificazione dell’Università di Sassari (NRD).
    2 CASPER – Compact and Advanced Laser SPEctrometer for RIADE – Brevetto ENEA

    Roma, 11 Dicembre 2006

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