Eccezionale invenzione dal Mit: celle fotovoltaiche che si autoriparano

I ricercatori del Mit non smettono di sorprenderci con invenzioni geniali: ora stanno studiando un nuovo tipo di cella fotovoltaica in grado di autoripararsi autonomamente. La nuova cella ha già dato risultati positivi in tal senso ma c’è ora da lavorare sull’efficienza energetica della stessa. Pochi giorni fa era stata annunciata una tecnologia che permetteva al pannello fotovoltaico di autopulirsi ed ora si permette allo stesso di autori parsi.
La cella fotovoltaica in esame è composta da un giusto mix di materiali naturali e nanotech e pronta, al giusto ordine, a “ricostruirsi” riacquistando l’efficienza perduta a causa di guasti e usura. In questo modo non risentirà dell’effetto del sole che comunque tende a deteriorare la superficie dei pèannelli attuali: le celle sono a diretto contatto con i raggi solari e, per quanto l’efficienza della trasformazione energetica possa rimanere alta, prima o poi il materiale viene reso inservibile dalla stessa fonte di energia che è stato progettato per sfruttare.

Al MIT hanno risolto il problema con la realizzazione di celle fotoelettrochimiche composte da lipidi vegetali, proteine, nanotubi di carbonio e un tensioattivo.
Il porogetto è seguito dal prof. Michael Strano, del dipartimento di Ingegneria Chimica del Massachussets Institute of Technology, (MIT) che, insieme al suo team di ricerca, ha riprodotto uno dei più importanti fenomeni della fotosintesi. Si tratta di un processo che coinvolge alcune molecole presenti nelle foglie, i fosfolipidi: per ovviare al deperimento provocato dai raggi solari, tali molecole si scindono e si riassemblano di continuo, in una sorta di riciclo perpetuo di se stesse. Ora però, qualcosa di simili è accaduto non dentro un acero o una quercia, ma in un laboratorio. Come riportato nell’articolo relativo – pubblicato sulla rivista Nature Chemistry – le molecole sintetizzate da Strano & co. sarebbero in grado non solo di trasformare l’energia solare in elettricità, ma anche di “autoripararsi”, proprio come i fosfolipidi delle foglie. E questo grazie all’aggiunta o alla rimozione di un semplice additivo (in Natura la stessa cosa avviene per mezzo dell’ossigeno).
In caso di guasto o malfunzionamento, il peculiare mix può essere istruito a trasformarsi in un composto amorfo e poi a ricostruirsi per rigenerare la cella. Per quanto promettente possa essere la loro ricerca, gli esperti del MIT avvertono di trovarsi ancora nelle fasi iniziali e di dover lavorare ancora parecchio soprattutto dal punto di vista dell’efficienza energetica: le celle auto-riparanti sono ancora molto lontane dalle performance ottenibili come quelle “standard” impiegate oggigiorno. Però stando a quanto sostengono i ricercatori del Mit forse hanno già capito su dove intervenire per aumentare l’efficienza di conversione di queste nuove celle.

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